Vinificati bianchi

L'Aglianico del Vulture (come tutti i vitigni appartenenti all'Aglianico) ha origini molto remote e si ritiene che sia stato introdotto dai greci nel sud Italia tra il VII-VI secolo a.C. Altre fonti storiche che certificano l'antichità di questo vitigno sono costituite dai resti di un torchio dell'età romana ritrovati nella zona di Rionero in Vulture e da una moneta bronzea raffigurante l'agreste divinità di Dionisio, il cui culto fu poi ricondotto a quello di Bacco, coniata nella zona di Venosa nel IV secolo a.C.
Eccellente cantina di vini bianchi e cuvèe autoctoni pregiati                

L'Aglianico nell'antichità

L'origine del suo nome è incerta, c'è chi sostiene che sia ispirato all'antica città di Elea (Eleanico), sulla costa tirrenica della Lucania, e chi lo considera una semplice storpiatura della parola Ellenico. Gli antichi romani lo ribattezzarono poi "Vitis Ellenica" e lo sfruttarono per produrre il vino Falerno. Si narra che Annibale, dopo aver sconfitto i romani nel 212 a.C, avrebbe mandato i suoi soldati nel Vulture a curarsi con i vini della zona. Una delle testimonianze storico-letterarie sulla storia di questo vitigno sono state lasciate da Orazio, poeta latino originario di Venosa che esaltò le bellezze della sua terra e il vino in questione.

Durante il dominio svevo, Federico II promosse la coltivazione del vitigno. Nel 1280 Carlo I d'Angiò, in vista di un soggiorno estivo a Castel Lagopesole con la corte angioina, ordinò al giustiziere di Basilicata la fornitura di 400 salme (pari a 185 litri) di vino autoctono, da lui chiamato "vino rubeo Melfie". Inoltre, il sovrano emanò disposizioni per la tutela dei vigneti regi e condannò il secreto Costantino Caciole di Trani per essersi disinteressato ai vigneti di Melfi. I vini del Melfese, graditi ai regnanti svevi e angioini, furono anche richiesti ed apprezzati dai mercanti fiorentini dell'epoca.

Successivamente si ebbe un notevole incremento della viticultura, legato anche ai nuovi impieghi del vino, come nella celebrazione della messa e nella medicina, fino al punto di modificare profondamente il paesaggio delle campagne. Nel XV secolo i vigneti occupavano interamente le pendici del Monte Vulture tra Melfi, Rapolla e Barile. Le fonti di quel periodo citano il “vino rosso di Melfi” (che secondo Michele Carlucci doveva essere Aglianico). Le cantine erano spesso ricavate nelle grotte (a Melfi, un inventario del 1589 ne registrava 110). Ancora oggi le cantine di molte importanti case vinicole, sono sistemate nelle vecchie grotte.

Il nome originario (che sia stato Elleanico o Ellenico) fu cambiato nell'attuale Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia 'l' pronunciata 'gl' nell'uso fonetico spagnolo.

L'Aglianico dall'Ottocento a oggi

Nell'Ottocento, l'Aglianico del Vulture era richiesto dai cantinieri napoletani per correggere e arricchire i vini della provincia di Napoli. All'Esposizione Internazionale di Milano del 1906 partecipano anche dieci campioni di vino del Vulture. Pierre Viala e Victor Vermorel, i curatori di Ampélographie. Traité général de viticulture, dedicano uno spazio all'Aglianico nel famoso trattato di ampelografia parigino, a cui avevano collaborato una équipe internazionale di 70 ampelografi.

Nell'agosto 2010 la tipologia "Superiore" è divenuta DOCG.

Il 24 marzo 2012, Poste Italiane ha emesso francobolli raffiguranti i vini di 15 Regioni d'Italia, tra questi uno è dedicato all'Aglianico del Vulture.

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